Gender pay gap, l’italia un passo indietro rispetto al resto dell’Europa

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In Italia si svolgono, ogni anno, tantissimi incontri e convegni sul tema del valore del lavoro delle donne e dell’importanza di garantire e promuovere la parità di genere, anche sotto un profilo salariale. Insomma la soluzione al problema del gender pay gap sembra essere una prerogativa di tutti, ma nei fatti la strada da percorrere è ancora lunga. Infatti in Italia, sul punto, occorre un cambio di rotta nonostante i proclami e gli impegni in materia, che nei fatti si rivelano vuoti di contenuto.

Il Word Economic Forum nel Global Gender Gap Index 2017 ha evidenziato che l’Italia è in ottantaduesima posizione -in tema di uguaglianza di genere- su 144 Paesi presi in esame.

Ai primi posti ci sono Islanda, Norvegia, Finlandia, Rwanda, Svezia, Nicaragua, Slovenia, Irlanda, Nuova Zelanda e Filippine, ovvero quei Paesi in cui si fanno più passi avanti per colmare il gender gap. In Italia, poi, invece di migliorare di anno in anno si peggiora. Basti pensare che nel 2016 l’Italia era al cinquantesimo posto, e nel 2015 al quarantunesimo. Dunque, si va sempre peggio.

Tra i motivi emerge la quota di lavoro quotidiano non pagato (o pagato non adeguatamente) che in Italia raggiunge il 61,5% per le donne contro il 22,9% per gli uomini. L’Istat, inoltre, ha rilevato che, attualmente, la differenza percentuale tra la retribuzione oraria di uomini e donne rapportata a quella degli uomini è del 6,1% a favore di questi ultimi.

Si dovrebbe guardare con attenzione alla recente normativa introdotta in Islanda, dove è entrata in vigore una legge che prevede sanzioni per le aziende e per le agenzie governative che, a parità di mansione, non pagano donne e uomini allo stesso modo. La legge impone, altresì, alle aziende di certificare periodicamente di rispettare la parità salariale.

L’Islanda è il primo paese al mondo ad applicare una legge del genere. Nello specifico la legge prevede che ogni tre anni tutte le aziende con almeno 25 dipendenti impiegati a tempo pieno debbano certificare al governo di pagare lo stesso stipendio a uomini e donne che svolgono lo stesso lavoro.

A ben vedere in Italia una legge c’è. L’intera disciplina antidiscriminatoria è contenuta nel decreto legislativo n. 198/06 (c.d. codice delle pari opportunità) che, all’art.25,vieta sul lavoro “qualsiasi atto, patto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole discriminando le lavoratrici o i lavoratori in ragione del loro sesso e, comunque, il trattamento meno favorevole rispetto a quello di un’altra lavoratrice o di un altro lavoratore in situazione analoga”.

Nonostante un quadro normativo che predispone un’ampia tutela, la realtà appare ben diversa. Sarebbero, difatti, ancora numerosi gli ostacoli per la realizzazione di effettive condizioni di parità secondo standard normativi.         Maria Paola Iovino


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