Inquinamento delle falde acquifere e il rischio dell’acqua dei pozzi

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L’utilizzo dell’acqua fornita dall’acquedotto pubblico spesso non è sufficiente a soddisfare tutti i fabbisogni, oltre a non essere corretto da un punto di vista ambientale. A questo proposito, infatti, molti comuni hanno vietato di irrigare le aree verdi circostanti l’abitazione proprio nei mesi in cui queste ne hanno maggior bisogno. Ovviamente l’approvvigionamento di acqua per uso potabile è prioritario sulle altre esigenze, ma sicuramente dispiace vedere appassire la verdura dell’orto, le aiuole fiorite e ingiallire il prato per mancanza d’acqua. A questo si è avviato negli anni ad un alternativa la costruzione di un pozzo per uso domestico per il quale non occorrevano, in genere, particolari autorizzazioni. Che cos’è un pozzo per uso domestico? A norma di legge un pozzo è adibito ad uso domestico quando la destinazione dell’acqua è per uso potabile, igienico (per esempio per gli sciacquoni del water, lavandini, docce), per l’irrigazione di orti, giardini e altre pertinenze di uso familiare (frutteti, piccoli allevamenti, lavaggio auto, riempimento piscine, ecc.) Purché tale uso non configuri un’attività economico-produttiva o che ha finalità di lucro. La portata massima di acqua che si può estrarre dal terreno non deve essere superiore a 1 litro/secondo (cioè 86.400 litri al giorno) con un prelievo totale annuo che non deve superare i 1.500 metri cubi, pari a 17,3 giorni all’anno di prelievo continuo d’acqua. L’uso potabile era, comunque, consentito solo ove non sia possibile usufruire del servizio dell’acquedotto pubblico e solo previa comunicazione da parte dell’utente alla competente autorità sanitaria per consentire il controllo delle caratteristiche qualitative dell’acqua che si intende usare a tale scopo, mentre sono possibili tutti gli altri usi. Ad oggi a causa dell’inquinamento delle falde acquifere vi è una normativa che vieta l’utilizzo dell’acqua nelle abitazioni in quanto è stato riscontrato negli anni ,un peggioramento della falda acquifera piena di batteri che possono causare seri danni alla salute umana. Spieghiamo meglio cosa c’è in un pozzo e quali le leggi per diminuire l’inquinamento di una risorsa primaria,quale l’acqua.

sono “acque sotterranee” tutte le che si trovano sotto la superficie del suolo, nella zona di saturazione e a contatto diretto con il suolo o il sottosuolo. Con il termine “corpo idrico sotterraneo”, si indica un volume distinto di acque sotterranee contenute da una o più falde acquifere, ovvero in strati di roccia caratterizzati da porosità e permeabilità sufficiente da consentire un flusso significativo di acque sotterranee o l’estrazione di quantità significative di acque.

Le acque sotterranee sono un bene comune, una risorsa strategica da conservare e tutelare, con particolare attenzione per le acque destinate all’uso potabile e all’uso irriguo in agricoltura. Esse costituiscono, infatti, la principale e più delicata riserva di acqua dolce e, soprattutto, la fonte più importante dell’approvvigionamento pubblico di acqua potabile in molte ragioni, praticamente la fonte quasi unica ed esclusiva in campania .

Monitorare le acque sotterranee, proteggerle dall’inquinamento prodotto dalle attività umane e garantirne uno sfruttamento equo e compatibile con i tempi di ricarica degli acquiferi, rappresentano obiettivi condivisi, acquisiti anche dalle normative di settore, europea e nazionale. 

In attuazione della direttiva 2000/60/ce, che ha istituito un quadro per le azioni da adottare in materia di acque in ambito comunitario, e della direttiva 2006/118/ce sulla protezione delle acque sotterranee dall’inquinamento e dal deterioramento, l’italia ha emanato norme che ne recepiscono le finalità di tutela e protezione ed i criteri da adottare nella valutazione dello stato quali-quantitativo e delle tendenze evolutive delle acque sotterranee.

Il dlgs n.152/2006 “norme in materia ambientale” dedica la parte terza dell’articolato (dall’art.53 all’art.176), corredata da n.11 allegati tecnici, alla tutela delle acque dall’inquinamento e alla gestione delle risorse idriche, correlandole alla difesa del suolo e alla lotta alla desertificazione.

I successivi dlgs n.30/2009 e dm n.260/2010 hanno contribuito a delineare il nuovo quadro normativo di riferimento. Tali decreti individuano i criteri per la identificazione e la caratterizzazione dei corpi idrici sotterranei e definiscono le nuove modalità di classificazione dello stato chimico e quantitativo delle acque sotterranee.

Il rinnovato quadro normativo prevede che la tutela efficace e la corretta gestione delle risorse idriche siano oggetto di pianificazione settoriale, di competenza delle regioni e delle autorità di bacino, rispettivamente per le scale regionali e di distretto idrografico, attraverso la predisposizione dei piani di tutela delle acque e dei piani di gestione delle acque.

Alla scala regionale il piano di tutela delle acque (pta), adottato dalla regione campania nel 2007, ha individuato n.49 corpi idrici sotterranei significativi, alloggiati negli acquiferi delle piane alluvionali dei grandi fiumi campani, negli acquiferi dei massicci carbonatici della dorsale appenninica ed in quelli delle aree vulcaniche. Gli acquiferi delle piane alluvionali sono caratterizzati da una permeabilità medio-alta per porosità e sono alimentati per infiltrazione diretta e dai travasi degli adiacenti massicci carbonatici, con una circolazione idrica a falde sovrapposte. I corpi idrici sotterranei ubicati negli acquiferi costituiti dai complessi delle successioni carbonatiche, hanno permeabilità molto elevate per fratturazione e carsismo e sono caratterizzati dalla presenza di importanti falde basali, alimentate da un’elevata infiltrazione efficace e risultano essere  i più produttivi della campania. Le aree vulcaniche ospitano, invece, acquiferi a permeabilità molto variabile per porosità e fessurazione, e sono alimentati prevalentemente da apporti diretti con travasi dagli acquiferi adiacenti e con una circolazione idrica prevalentemente a falde sovrapposte. Le aree collinari, infine, sono caratterizzate dalla presenza di acquiferi a permeabilità molto bassa che ospitano falde idriche molto modeste.

Il piano di gestione delle acque (pga), adottato dal distretto idrografico della regione campania nel 2010, ha ritenuto opportuno estendere il numero dei corpi idrici sotterranei d’interesse alla scala regionale a n.79.

A ciascuno dei corpi idrici individuati è stata assegnata la categoria di rischio di raggiungimento degli obiettivi di qualità ambientale.

Sulla base delle indicazione contenute nei piani di settore l’arpac è stata applicata un’ attività di monitoraggio.

 


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