Nord e Sud, le due Italie

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L’Italia è una e sola o è divisa in due? Il dilemma ci accompagna sin dagli albori dell’unità d’Italia, datata 1861, e si trascina su più piani, a cominciare da quello economico per proseguire su quello del lavoro, dei servizi, della vivibilità.

Insigni studiosi hanno prodotti negli anni documenti e grafici, prospettato ipotesi di lavoro, scandagliato esempi di altre nazioni, promosso convegni, tavole rotonde e giornate di studio, ma in fondo soprattutto noi al Sud sembriamo rassegnati ad accontentarci di non essere al passo coi tempi e i modi dei confratelli delle regioni più opulente e industrialmente rilevanti.

Né i governi che si sono succeduti dal 1946 a oggi hanno mai potuto appuntarsi una medaglia per essere riusciti ad invertire il trend.

Così, se nel 1972 il governo del momento aveva posto nel 2020 l’anno in cui il divario economico tra Nord e Sud sarebbe stato eliminato, sancendo di fatto la sua concreta unificazione, oggi la distanza sembra addirittura essersi allargata a dismisura, anzi le ultime volontà politiche di promuovere un referendum per le autonomie regionali rischiano di ri-creare quei Regni pre-Unità, piccoli staterelli ciascuno con una propria identità, idea lontana anni luce dall’unità fortemente voluta dai padri costituenti.

Eppure, come sottolinea in un suo recente editoriale il docente universitario ed ex parlamentare Isasia Sales, tra il 1951 e il 1973 il Pil meridionale aveva registrato un incremento superiore a tutto quello verificatosi dal 1861 in poi (il Sud aveva infatti un Pil pro-capite del 52,9, che crebbe al 60,5 nel 1973).

Un dato che aveva generato ottimismo e speranze, gelato successivamente dal non aver di fatto investito adeguatamente sull’industrializzazione della nostra area meridionale.

Con il risultato di un massiccio esodo di forza lavoro dal Sud depresso all’opulento Nord, depauperando la nostra area anche di maggiori consumi.

Insomma, di fatto, se il Nord è cresciuto lo si deve anche grazie alle tante braccia degli uomini e delle donne del Sud.

E quando in uno Stato cresce solo una sua parte di territorio, non si può parlare di vero e proprio sviluppo!

A conti fatti, quindi, Nord e Sud sono due Paesi diversi, e il Sud sta tre volte peggio.

I recenti dati pubblicati dall’Istat, dicono che il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno (19,4%) è tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10%). Mentre il Centro-Nord sta uscendo dalla crisi, il Mezzogiorno è di fatto ancora nella palude.

E mentre mezza Italia, nella parte alta delle mappe Istat, è sull’orlo dell’uscita dalla crisi, con livelli di occupazione tornati vicini a quelli del 2008 (66,7% al Nord e 62,8% nel Centro), il Sud resta nella palude, ancora indietro di due punti (44%) rispetto alle percentuali del 2008. Anzi, in alcune aree del Paese la crisi si può considerare del tutto superata. Aree tutte concentrate al Nord: le Province Autonome di Bolzano e Trento, il Friuli-Venezia Giulia e la Lombardia.

Il divario occupazionale tra Nord e Sud è di oltre 20 punti, come quello che esiste tra Grecia e Germania. Al Sud il malessere è come moltiplicato per tre: non solo la disoccupazione è tre volte tanto quella del Nord, anche il rischio di cadere in povertà è triplo rispetto al resto del Paese.

Al Sud il tasso di occupazione è ancora il più basso del continente, del 35% inferiore alla media Ue.

Nonostante un timido aumento dell’occupazione (+0,8%), come certificato dall’Istat, il contesto sociale non migliora. La forbice tra il Pil pro capite a Nord e Sud si amplia. E dieci meridionali su cento risultano ancora in condizioni di povertà assoluta, contro i sei del Nord, concentrati soprattutto nelle periferie delle aree metropolitane.

L’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche resta l’emigrazione, soprattutto giovanile. Così, il Sud perde capitale umano e invecchia. Il Mezzogiorno «è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese», si legge nell’ultimo rapporto Svimez. Nel 2016 la Sicilia ha perso 9.300 residenti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900.

Negli ultimi quindici anni, sono andati via in 500mila, di cui 200mila laureati, che si formano a Sud e vanno a lavorare al Nord. Perché la qualità di alcune facoltà universitarie meridionali in molti casi è eccellente. Ma tenendo conto del costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, la perdita netta in termini finanziari per il Sud ammonta a circa 30 miliardi (calcoli Svimez). Quasi 2 punti di Pil nazionale. E si tratta di una cifra al ribasso, che non considera gli altri effetti economici negativi indotti.

Senza dimenticare che non si va al Nord solo per lavorare, ma anche per beneficiare di servizi migliori. Sanità in primis. Perché le regioni del Sud Italia hanno, come conferma l’Istituto superiore di sanità, gli indicatori di aspettativa di vita peggiori d’Europa. Oggi una persona che nasce in Campania, Sicilia o in Calabria ha un’aspettativa di vita fino a quattro anni inferiore rispetto al Nord. Oltre a pagare le tasse, chi può paga così costi extra per curarsi al Nord, dove gli ospedali sono ancora pieni di meridionali.

Francesco Rossi

 


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